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domenica 31 agosto 2014

Bentornati...si ricomincia!!!

Eccoci qui.
Ferie finite per tutti, o quasi. L'estate piovosa e fredda che volge al termine pur non essendo (almeno al nord) quasi mai iniziata. Mare, montagna, laghi o città d'arte che sono solo bei ricordi. Tanti mesi di lavoro davanti.
Qualche bella notizia? Certo la riapertura, dopo la pausa estiva, di Mensistoria. In realtà non abbiamo mai veramente chiuso, ma da domani, lunedì 1 Settembre, si riprende a pieno regime con gli articoli giornalieri, quindi ricordatevi cari amici lettori di non fermarvi al titolo e alla foto come avete fatto negli ultimi quaranta giorni.
Con Settembre anche Mensistoria ha tanti bei propositi in testa. Non sappiamo se e quando realizzabili, ma cercheremo di chiarirci le idee al più presto, nel frattempo non vi anticipiamo nulla e proseguiamo come al solito con gli articoli quotidiani.
Vi ricordo ancora che da domani 1 Settembre il blog riapre a tutti gli effetti.
Vi aspettiamo sempre numerosi.
Bentornati.
La Redazione di Mensistoria 

lunedì 4 agosto 2014

La nascita di John Venn (4 Agosto 1862)

Come ci ricorda il "doodle" odierno, ricorre oggi l'anniversario della nascita di John Venn; centottanta anni fa nacque, infatti, il matematico che introdusse una delle rappresentazioni grafiche più note della matematica. Venn è noto per aver introdotto i cosiddetti "diagrammi di Venn", rappresentazione grafica degli insiemi, dapprima chiamati "circoli di Eulero".   Una rappresentazione tanto immediata e così "auto-esplicativa" può apparentemente sembrare semplice, ma è proprio per la sua semplicità che si è così largamente diffusa, fino a diventare parte integrante della matematica in genere, nonchè delle sue specializzazioni (statistica, informatica, ecc...). Venn nacque il 4 agosto del 1862 a Kingston upon Hull (Inghilterra), figlio di un pastore evangelico; divenuto anch'egli pastore - come suo padre e come suo nonno - non riuscì mai a discostarsi dalla sua vera passione. Durante il suo lavoro, Venn approfondì gli elementi logici introdotti da Boole e De Morgan, altri due nomi arci-noti per chi ha frequentato un corso di statistica (anche di base!).  I diagrammi di Venn comparvero per la prima volta nel volume "The logic of chance" del 1866 e sono tuttora utilizzati in moltissimi campi, quali - appunto - teoria degli insiemi, probabilità, logica, statistica e informatica. John Venn morì a Cambridge il 4 aprile 1923.
Stefano Violetta

Jeanne Calment muore a 122 anni e 164 giorni (4 Agosto 1997)


martedì 22 luglio 2014

Buone Vacanze. A presto!


Siamo arrivati al momento di salutarci temporaneamente, sia chiaro solo TEMPORANEAMENTE, per le vacanze estive.
Dal 28 Marzo sono passati tanti giorni ed altrettanti post quotidiani, che voi cari amici avete dimostrate di apprezzare decisamente oltre le più rosee previsioni, dato che il contatore delle visite al blog ha già superato quota 2700.
Il nostro è un passatempo, ci diverte imparare notizie, curiosità e avvenimenti del passato e metterle ogni giorno a disposizione di chi ha voglia di dedicare un paio di minuti a leggerci. Sapere che ogni giorno qualcuno di voi, anche solo per curiosità clicca dal proprio pc o smartphone su questo blog ci gratifica.
Per questo vi RINGRAZIAMO tutti col cuore.
Come dicevo all'inizio oggi il blog va in ferie per circa un mesetto, ma dopo il 20 agosto riprenderemo a pieno regime e, anzi, per settembre, sono in cantiere anche alcune novità.
Dalle vacanze per noi della redazione sarebbe stato ovviamente impossibile scrivere un pezzo ogni giorno, ma per non lasciarvi soli del tutto il blog ogni giorno avrà comunque un aggiornamento, solo un link, una foto o comunque un qualcuno che possa stimolare la vostra curiosità e magari farvi cercare notizie sull'avvenimento quotidiano da altre fonti.
In attesa di ritrovarci a pieno regime tra un mesetto auguro a tutti voi BUONE VACANZE e vi ringrazio ancora a nome di tutta la redazione di Mensistoria!
La Redazione 
(Caterina Valcarenghi, Luca Fontana, Marco Fontana, Mimma Sternativo)

lunedì 21 luglio 2014

L'uomo sulla Luna (21 Luglio 1969)

"Questo è un piccolo passo per l'uomo, ma un gigantesco balzo per l'umanità" (Neil Armstrong)
Una delle frasi più famose della storia, pronunciata quando qui in Italia sorgeva l'alba del 21 Luglio 1969 (22.56 del 20 Luglio negli Stati Uniti) dal primo uomo che ebbe l'onore di poggiare il proprio piede sulla Luna.
La Luna, l'obiettivo di studi e ricerche da parte di Usa e Urss per diversi anni, una vera corsa spaziale a chi riuscisse ad arrivare prima. Vinsero gli Usa.
Quando Neil Armstrong fece il primo passo sulla Luna tutto il Mondo era sintonizzato davanti alla tv.
Armstrong, Collins e Aldrin Jr. partirono quattro giorni dalla base Kennedy in Florida a bordo dell'Apollo 11 e quando il LEM (modulo lunare) atterrò sulla Luna attesero quattro ore prima che Houston diede l'ok per scendere. Prima Armstrong, dopo un po' Aldrin.
Un sogno. Un uomo che fluttua sulla Luna e issa una bandiera a Stelle e Strisce. Impensabile fino a pochi anni prima.
Ancora oggi sulla Luna sventola la bandiera americana ed è fissata una targa che dice: "Qui uomini del pianeta Terra per la prima volta scesero sul suolo lunare, 20 luglio 1969, in nome di tutta l'Umanita".
Nel corso degli anni si sono sviluppate teorie a proposito di un complotto lunare, sostenenti che il programma Apollo non abbia mai realmente portato l'uomo sulla Luna, ma che gli allunaggi sinao stati ricostruiti in studio dalla NASA su ordine del governo degli Stati Uniti. I complottisti esistono sempre, spesso magari hanno ragione, ma in questo caso è bello pensare che il 21 Luglio 1969 sia davvero stato fatto un "grande balzo per l'umanità".
Marco Fontana

domenica 20 luglio 2014

La Tana del Lupo (20 Luglio 1944)

E’ quasi mezzogiorno del 20 Luglio 1944. Siamo a Rastenburg nella Prussia Orientale. E’ molto caldo. Il momento fatale e sospirato sta per arrivare e al colonnello Claus von Stauffenberg sudano le mani. Sarà lui ad uccidere Adolf Hitler. Sarà lui, da li a pochi minuti, a mettere in pratica l'attentato che porrà fine all’agonia della Germania ormai sconfitta e rovescerà il regime. Sarà lui l’esecutore materiale di quel gesto necessario, troppe volte evocato, troppe volte non portato a termine negli anni e nei mesi precedenti. Una scelta maturata nel tempo, una scelta complicata, pensò Claus, per un militare pluridecorato come lui. Un conto è opporsi ad un dittatore che sta portando il Paese alla rovina, ma un soldato deve eseguire gli ordini, non può tradire. Ma a tutto c’è un limite e Claus questo limite lo aveva oltrepassato da tempo. Così come la misura era colma per gli alti militari e politici che da mesi avevano organizzato quel complotto e che lo avevano quindi reclutato tra loro. Il generale Olbricht, il colonnello Henning von Treskow, il feldmaresciallo Erwin von Witzleben, il generale a riposo Ludwig Beck, il dottor Carl Friedrich Goerdeler e molti altri. Decine, centinaia di personalità tedesche. La scelta su chi dovesse compiere materialmente l'attentato cadde proprio sul colonnello von Stauffenberg in quanto egli aveva ottime opportunità di avvicinare il Führer durante le riunioni quasi quotidiane che si svolgevano nel protetto quartier generale della “Wolfsschanze”, la Tana del Lupo, disperso appunto tra i boschi di Rastenburg. 
Così toccava a lui. Ci avevano già provato in molti. Ci aveva già provato perfino lui pochi giorni prima. Ma Hitler sembrava avvolto da una protezione misteriosamente magica, una fortuna quasi mistica. La settimana precedente Claus partecipò ad una conferenza alla presenza del Furher portando una bomba nella sua valigetta, ma a causa di contrasti tra i cospiratori, che ritenevano dovessero essere contemporaneamente eliminati Hermann Göring ed Heinrich Himmler, l'attentato non venne realizzato all’ultimo istante a causa della mancata presenza di quest'ultimo. Quando un impaziente von Stauffenberg il 15 luglio si recò nuovamente alla “Tana del Lupo”, la decisione di uccidere Hitler insieme ad Himmler era stata abbandonata, ed il piano consisteva nel posizionare la valigetta con la bomba dotata di un innesco a tempo all'interno del bunker di cemento dove usualmente si tenevano le riunioni, uscire con un pretesto e attendere l'esplosione per poi fare ritorno a Berlino con tutte le teoriche conseguenze del caso. Anche in questa occasione l'attentato non poté essere realizzato in quanto Hitler venne chiamato accidentalmente fuori dalla stanza lasciando Claus di sasso. 
Ma ora Claus von Stauffenberg è nuovamente sul luogo pronto ad agire ed innescare l’operazione Valchiria, che sarebbe partita un minuto dopo la certezza della morte di Hitler. L’operazione Valchiria era un piano ideato dallo stesso regime al fine di proteggersi con una mobilitazione dell’esercito territoriale in caso di rivolta interna. I cospiratori, una volta morto Hitler, avrebbero assunto il controllo delle posizioni nevralgiche utilizzato legalmente quello stesso piano opportunamente modificato per rovesciare il regime stesso, mobilitando l'esercito territoriale non contro la minaccia preventivata ma viceversa contro le SS ed i vertici del partito, assumendo poi il potere. Ma tutto questo sarebbe stato inutile e non realizzabile se Claus von Stauffenberg avesse fallito, di li a pochi minuti. Claus era nervoso. “Cosa sarebbe potuto andare storto questa volta?” si chiese. Claus era giunto nuovamente alla Wolfsschanze da qualche ora in compagnia del tenente Werner von Haeften e del generale Hellmuth Stieff; sia von Stauffenberg che von Haeften portavano una bomba nelle rispettive borse. La riunione in cui avrebbe dovuto essere presente il Führer era in programma per le 13.00 ed i due ufficiali si recano di buon mattino a conferire con il generale Fellgiebel che insieme al generale Stieff avrebbe dovuto trasmettere la notizia della morte di Hitler e quindi bloccare qualunque comunicazione verso l'esterno, per dare tempo ai cospiratori di avviare l'operazione Valchiria. E’ passato da poco mezzogiorno e le mani di Claus continuano ad essere sudate. Si reca dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel per sottoporgli il contenuto della sua relazione e, dopo averne ottenuto l'approvazione, viene informato dell'anticipo della riunione alle 12.30 a causa dell'arrivo di Benito Mussolini che sarebbe giunto in visita nel pomeriggio. Primo intoppo. Il cambiamento di orario rende necessario accelerare l'operazione di innesco degli ordigni. Nella contingenza di quei momenti di assoluto nervosismo Von Stauffenberg si apparta con Stieff ma i due riescono ad innescare una sola delle due bombe interrotti da un sergente che, bussando alla porta, li sollecita di sbrigarsi. La riunione è cominciata. Una bomba, una valigetta dunque. Non si poteva fallire. Il colonnello Von Stauffenberg esce con la borsa sotto il braccio diretto alla fatale riunione. La riunione a causa del caldo non si sarebbe svolta in un bunker ma una sala riunioni di un edificio come tanti in mattoni e legno con finestre tutte aperte per far entrare un po’ d’aria. “Accidenti” pensa Von Stauffenberg, “questo potrebbe assorbire gli effetti dell’esplosione, la carica potrebbe non essere sufficiente”, ma a quel punto era impossibile fermarsi. All'interno dell'edificio, il colonnello chiede di essere posizionato vicino al Führer a causa dei suoi problemi di udito; La valigetta viene posizionata sotto il tavolo, ma, altro intoppo, sembra che il colonnello Heinz Brandt, che era in piedi accanto a Hitler, infastidito dalla presenza di quella borsa accanto a se, la sposta con il piede dietro ad una gamba del massiccio tavolo di legno. Un gesto semplice, un gesto che probabilmente ha mutato la storia. Quel giorno le parole deliranti del Furher e quelle asservite dei suoi sottoposti devono essere sembrati come degli indistinti ronzii a Claus. I minuti trascorrevano lenti. Impossibile resistere oltre. Era giunto il momento prefissato. Dopo poco l’impaziente von Stauffenberg domanda all'attendente di Keitel di potere uscire per fare una telefonata ed i due lasciano insieme la stanza e, una volta giunti all'apparecchio telefonico, von Stauffenberg chiede di essere messo in comunicazione con il generale Fellgiebel; l'attendente lascia il colonnello che finge di comporre la telefonata ed esce dall’edificio.
Mentre von Stauffenberg percorre a piedi i circa trecento metri che lo separano dall'automobile che lo attende, il generale Heusinger sta terminando la sua relazione “se non facciamo ritirare immediatamente il nostro gruppo di armate che si trova accanto al lago Peipus, una catastrofe...”. Non ci riesce. Viene interrotto dall'esplosione che avviene esattamente alle 12.42.
Dalle labbra di Claus esce un ghigno di soddisfazione. Hitler è morto. Per forza, Un esplosione fragorosa. Nessuno sarebbe potuto scampare ad un botto simile. Il colonnello, insieme al tenente von Haeften, sale in macchina. In realtà nella confusione e nella fretta, non era riuscito a vedere nulla di quanto fosse realmente accaduto. Le finestre aperte, la gamba del tavolo, una bomba invece che due. Avrebbe dovuto pensarci Claus. 
Alle 12.44 Von Stauffenberg esce dalla Tana del Lupo con uno stratagemma e s'imbarca sull'aereo messogli a disposizione dal generale Eduard Wagner per fare ritorno a Berlino. Dopo l'esplosione, da Rastenburg il generale Fellgiebel doveva informare Berlino dell'accaduto. Da quell’istante iniziano una serie di sconcertati episodi e sfortunate coincidenze che furono letali per Claus e tutti i congiuranti. L’operazione Valchiria parte, ma con fatale ritardo. La confusione delle informazioni fu tale che la milizia territoriale non viene messa in movimento fino all'arrivo a Berlino di von Stauffenberg. Troppo tardi. Claus non si perde d’animo e da il via al piano comunicando a tutti i distretti la morte del Führer, nonostante il rifiuto del generale Fromm a collaborare. Il generale Fromm, quello che sapeva del complotto, ma non si era ancora schierato apertamente. In attesa di vedere la piega presa dagli eventi. E la piega presa dagli eventi avrebbe condotto Claus e tutti gli altri congiuranti a fallire ed a cadere tra le braccia della terribile vendetta del Furher. Perché alla fine dei conti Hitler non era morto e, scampato pur ferito all’attentato, aveva ripreso il controllo della situazione. Perché ancora una volta la condizione necessaria per rovesciare il regime non si era verificata. Ancora una volta la fortuna aveva aiutato Adolf Hitler.
Luca Fontana

sabato 19 luglio 2014

La strage di via D'Amelio (19 Luglio 1992)

Il 19 Luglio 1992 alle 16.58 Palermo si avvolse di fumo, cenere, urla, terrore e sangue.
Sono passati solo 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone allo svincolo di Capaci, la Mafia torna a colpire. Sempre a Palermo, sempre un magistrato.
Stavolta è il turno di Paolo Borsellino.
Un esplosione, causata da 100 kg nascosti in una Fiat 126 rubata e parcheggiata in via D’Amelio, porterà via la vita a Borsellino e cinque agenti della scorta.
Il Magistrato quella domenica, come tutte le altre se il lavoro glielo permetteva, stava andando a trovare la madre.
Dopo la morte del grande amico Falcone, Borsellino sapeva di essere “il prossimo”. Lo confidava ai famigliari e alle persone più care. Era conscio del fatto che ogni giorno quando usciva per andare al lavoro, poteva essere l’ultimo, ma viveva questa paura con grande coraggio. Non si tirò mai indietro, non penso mai di mollare, dopo la strage di Capaci, anzi, intensificò ancora di più i suoi sforzi perché inchiodare i responsabili della morte di un grande amico poteva anche valere la propria vita.
La sua morte, con quella di Falcone, cambiarono drasticamente la storia italiana. Di fatto, queste stragi unite a tangentopoli, portarono alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.
Noi dobbiamo ringraziare Paolo Borsellino, deve essere un esempio per le generazioni future. Un uomo che ha dato la vita per il proprio paese e per ciò in cui credeva. Lui, come Falcone, è uno dei pochi veri eroi che la nostra storia conosce.
“Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.
La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in... in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.” (Paolo Borsellino pochi giorni prima della strage di via D’Amelio)
Marco Fontana

venerdì 18 luglio 2014

Il Grande Incendio di Roma (18 Luglio 64 d.C.)

Nella notte del 18 Luglio dell’anno 64 d.C. iniziarono nove giorni di terrore e distruzione per la città di Roma, i giorni del Grande Incendio.
Forse doloso o forse no, l’incendio divampò nella zona del Circo Massimo e si propagò in tutta la città radendo al suolo tre quartieri e danneggiando, anche seriamente, gli altri undici che formavano la città.
Persero la vita migliaia di persone, tantissimi restarono senza una casa ed ingente fu anche la perdita del patrimonio architettonico.
All’epoca, a causa della tipologia di materiali usati nella costruzione delle case, gli incendi si verificavano con frequenza, ma di solito venivano domati in fretta dai “vigiles”, stavolta però forse complice il vento forte, l’incendio dilagò molto velocemente arrivando fino alle periferie, distruggendo anche la residenza di Nerone, l’allora Imperatore.
Nella tradizione tende ad attribuire le colpe dell’incendio a Nerone stesso, che avrebbe voluto cambiare radicalmente sotto il suo impero l’urbanistica della città e voleva uno spazio abbondante su cui costruire la sua nuova Domus. Non si può escludere, conoscendo la follia dell’Imperatore in questione, ma non si hanno nemmeno prove certe di questo.
Una seconda possibilità vede colpevolizzati i Cristiani, che infatti furono accusati e condannati, ma anche questa ipotesi non è comprovata.
Studi più recenti sugli incendi hanno smontato la teoria che l’Incendio di Roma non potesse essere accidentale, quindi magari fu proprio così, una serie di sfortune che distrussero la più bella città del Mondo, ma è più affascinante credere che l’Imperatore canticchiasse sornione vedendo Roma ardere.
Sequitur clades, forte an dolo principis incertum, nam utrumque auctores prodidere / Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso
oppure al dolo del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell'uno e nell'altro modo (Tacito)
Marco Fontana

giovedì 17 luglio 2014

La Conferenza di Postdam (17 Luglio 1945)

Lo splendido parco all'inglese che da decenni si stagliava a nord di Postdam, poco distante da Berlino, deve essere apparso agli occhi dell’Imperatore Guglielmo II come il luogo ideale per un bel regalo da donare al figlio Guglielmo, che fantasia, e alla sua consorte Cecilia. Siamo nel 1914 quando il presentino prende corpo tramutandosi in un castello. L’imperatore fece quindi edificare il castello Cecilienhof, nome chiaramente ispirato alla fortunata fanciulla, un complesso stupendo che somiglia moltissimo ad una residenza di campagna Inglese, molto elegante e particolare che si fonde perfettamente con il magnifico giardino. Ho avuto la fortuna di visitarlo anni addietro e ne sono rimasto molto colpito, così come non possono non impressionare le ben 176 stanze che compongono il castello. Poco ci importa dei viaggi dello stralunato giornalista, penserete voi. E fortunati i nobili crucchi se potevano usufruire di qualcosa in più di un trilocale. Passi per la mia presenza inutile in loco, ma le stanze no. Quelle sono importanti, almeno alcune. Stanze che ospitarono il 17 Luglio del 1945 i potenti del mondo usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, peraltro non ancora conclusa. Questo il buon Guglielmo, non avrebbe proprio potuto immaginarlo. La guerra non era ancora terminata, dicevamo, ma Hitler era morto e la Germania sconfitta. A Postdam, in quei giorni, si sarebbe tenuta la storica Conferenza tra i vincitori che, è facilmente comprensibile, avrebbero dovuto prendere decisioni fondamentali per il mondo futuro. Quel che oggi definiamo un nuovo ordine mondiale. Una conferenza per stabilire le sorti della Germania e dell’Europa. All’ordine del giorno la gestione e il governo del territorio tedesco all’ indomani della liberazione, il risarcimento dei danni di guerra, i confini con la Polonia e con L’unione Sovietica e la situazione generale dell’Europa. Questi alcuni dei temi di discussione che hanno agitato le notti dei partecipanti. Il primo ministro britannico Winston Churchill sostituito dopo poco da Clement Attlee che lo sconfisse alle elezioni, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman e il leader sovietico Stalin. Fu varata la costituzione di un direttorio comprensivo anche di altri due paesi, Cina e Francia e si decise che Il territorio tedesco e Berlino dovessero essere divisi in quattro zone d’influenza militare e politica. Una statunitense, una britannica, una sovietica e una francese. Nell'immaginario storico collettivo e nella memoria la foto di Churchill, Truman e Stalin è legata più alla conferenza di Jalta, considerata più importante ed avvenuta pochi mesi prima e di cui, di fatto, quella di Postdam è logica continuazione. In verità io non sottovaluterei il valore storico di quei giorni d’estate in cui i tre leader furono ospitati dalle accoglienti mura del castello di Cecilienhof in quanto se è vero che nessuna delle decisioni prese sconvolse il corso di un sentiero già bel tracciato a Jalta, è anche vero che la conferenza di Postdam di fatto sigillò gli accordi, fu quella che si svolse a giochi praticamente fatti, pur dovendo annoverare tra quelli ancora da fare il dramma della bomba atomica e la resa del Giappone. Ecco perché possiamo avere buon gioco nel considerare quel incontro come il genitore di un periodo lungo e gelido come il nome stesso di “guerra fredda” ci lascia immaginare. Fu proprio sul terreno di quelle decisioni riguardanti la divisione politica della Germania sconfitta che germogliarono i contrasti mal celati, i rancori reciproci, che portarono con il tempo alla divisione del mondo in due blocchi contrapposti con le conseguenze che tutti ci ricordiamo. Forse era inevitabile. Forse no. Ma questa è un’altra storia. Per oggi fermiamoci al 17 Luglio del 1945 ad ammirare quel simpatico castello, tanto somigliante ad una casa di campagna, ed il verde parco che lo circonda. 
Luca Fontana

mercoledì 16 luglio 2014

Il Maracanazo (16 Luglio 1950)

Il 16 Luglio 1950 a Rio de Janeiro avvenne l’imponderabile. Il “Maracanazo”.
Jules Rimet, fondatore del moderno Campionato Mondiale di calcio disse a proposito: “Era tutto previsto, tranne la vittoria dell’Uruguay”.
Quando nel 1946 l’organizzazione del futuro Mondiale fu assegnata al Brasile, un intero paese si vedeva già Campione del Mondo. Quel titolo, sfuggito di mano nelle edizioni precedenti, stavolta non poteva scappare.
Una squadra forte che poteva contare sul caloroso apporto di un intero popolo. Era fatta.
Flavio Costa, commissario tecnico della nazionale brasiliana doveva solo mettere in campo 11 giocatori poi ci avrebbero pensato loro. Barbosa, Friaca, Zizinho, Jair, Chico, Ademir, solo alcuni nomi delle stelle che componevano la Selecao.
All’epoca il Mondiale era organizzato in maniera differente. Due gironi, uno iniziale e uno finale al termine del quale chi era avanti in classifica poteva alzare la Coppa del Mondo.
Il Brasile dominò tutte le partite presentandosi all’ultima in testa alla classifica e con una marea di reti segnate. Dietro di lui si stagliava l’Uruguay, avversario proprio nell’ultimo incontro.
Gli uruguagi dovevano essere vittime sacrificali, nettamente inferiori di organico e contro tutto il Maracana, tempio del calcio brasiliano, ma aritmeticamente ancora in corsa per il titolo, ci cedettero fino alla fine.
Tutto il Brasile si considerava già campione prima ancora di scendere in campo.
Alle ore 15 del 16 Luglio ci fu il fischio d’inizio. Novanta minuti separavano la Selecao dalla gloria, spinti da quasi 200000 tifosi allo stadio e diversi milioni fuori, il Brasile andò in vantaggio ad inizio ripresa con Friaca. Giubilo. E’ fatta, siamo Campeon.
L’Uruguay doveva segnare due gol perché il pareggio avrebbe comunque consegnato la Coppa al Brasile.
I due gol arrivarono.
Silenzio sul Maracana. Al fischio finale Uruguay Campione del Mondo in casa del Brasile e un intero popolo caduto nello sconforto e nella disperazione.
Decine di tifosi colti da malore, diversi suicidi, cambiato il programma di premiazione. Un vero e proprio dramma. La nazionale brasiliana dopo la bruciante sconfitta cambiò la propria maglia, non più bianca, ma sarebbe diventata verdeoro.
64 anni dopo la Selecao avrà la possibilità di riscatto davanti al proprio popolo, ma i panzer tedeschi hanno detto no.
Dopo il Maracanazo, proprio pochi giorni fa, i Verdeoro verranno sconfitti con l’umiliante risultato di 7-1 nella semifinale del Mondiale appena conclusosi, stavolta nella storia, probabilmente, resterà il nome di Mineirazo.
Marco Fontana

martedì 15 luglio 2014

Il Manifesto della Razza (15 Luglio 1938)

Manifesto della razza, fu pubblicato, con il titolo “Il fascismo e i problemi della razza” il 15 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia e fu ripreso nel numero del 5 agosto 1938 della rivista La difesa della razza, diretta da T. Interlandi e voluta da Mussolini in persona.
L'atto di nascita ufficiale della scienza razzista in Italia e' probabilmente questo Manifesto.
Il trattato è un breve testo che consta di 10 punti.
Nel tentativo forse, di voler tastare la risposta della società all’atto della pubblicazione risultava orfano di firma, ma dopo pochi giorni fu riconosciuto e sottoscritto da sei professori universitari affermati e quattro loro giovani allievi. 
Pare in realtà essere stato redatto da Guido Landra un giovane assistente dell'Istituto di Antropologia dell'Universita' di Roma.
Tra i sostenitori del manifesto abbiamo pure due scienziati medici Nicola Pende e Sabato Visco,che convinti che le teorie razziste biologiche fossero inapplicabili alla realta' demografica italiana, cercarono di costruire una teoria definita poi “nazional-razzismo” nella quale il concetto di razza equivaleva essenzialmente a quello di stirpe. Gli italiani risultavano un gruppo relativamente omogeneo perché aventi una discendenza comune e una stessa cultura. 
In altre parole col nazional-razzismo veniva negata la teoria per cui secondo Mussolini e i suoi seguaci,gli italiani avessero affinita' razziale con i tedeschi mentre differivano biologicamente dai francesi e dagli inglesi; ma proprio per questo non fu particolarmente gradita alla politica del regime.
In pratica il razzismo fascista aveva tre punti focali: 
1) Le razze umane esistono. 
8) E' necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra.
9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
Nelle colonie le leggi razziali miravano ad impedire i matrimoni misti e la nazionalizzazione delle etnie residenti nei territori conquistati, che dovevano rimanere asservite e non diventare membri della comunita' nazionale. In terzo luogo il razzismo doveva rafforzare la "razza" italica sia nello spirito, infondendo in essa una consapevolezza che in precedenza non possedeva, che nel corpo mediante le varie istituzioni all'uopo preposte.
Curioso è che poco prima nel 1932, intervistato da Emil Ludwig, Mussolini aveva dichiarato: 
"Naturalmente non esiste piu' una razza pura, nemmeno quella ebrea. Ma appunto da felici mescolanze deriva spesso forza e bellezza di una nazione. Razza: questo e' un sentimento, non una realta' ..." ma la Storia si sa riserva sempre sorprese.
Mimma Sternativo

lunedì 14 luglio 2014

La presa della Bastiglia (17 Luglio 1789)

E’ difficile scrivere del 14 Luglio 1789 perché è una data che ha cambiato il mondo. Martedì 14 luglio 1789 i parigini, ormai stremati e disperati, assaltano la Bastiglia, simbolo dell’Ancien Régime, liberando 7 prigionieri (4 falsari, 2 malati di mente e un libertino). Ha inizio così la rivoluzione francese. Perché è così difficile scrivere di questo avvenimento? La storia è piena di insurrezioni, rivoluzioni, guerre e morti; eppure parlare della presa della Bastiglia vuol dire parlare di qualcosa di più di un assalto a una prigione. Quanti di voi sono stati a Parigi? Io ci sono stata 11 anni fa; la Bastiglia non esiste più, totalmente smantellata, esistono solo delle pietre che mostrano il perimetro di quella che, una volta, era la prigione simbolo della monarchia assoluta francese, quella del Re Sole, di Marie Antoinette, di Luigi XVI; eppure quando scendi a Place de la Bastille e vedi sventolare la bandiera francese non puoi fare a meno di pensare alla grandezza della rivoluzione francese: un popolo che si ribella a un sovrano assoluto e da vita alla prima democrazia moderna del mondo. Certo, più che una realtà, in fondo, era un’utopia: la rivoluzione infatti sfocia poi nel terrore e, con la democrazia, la situazione per il popolo in realtà non cambia, ma le idee di “Liberté, ègalité, fraternité” quelle si che hanno cambiato il mondo. Per la prima volta il popolo combatteva per se stesso, per affermare che tutti gli uomini nascono uguali, con gli stessi diritti, e sono liberi. Per noi, nati nel XX secolo nel mondo occidentale, la libertà e l’uguaglianza tra le persone sono concetti basilari, ma non è così in tutto il mondo, e non è sempre stato così. E’ dalla rivoluzione francese chela gente inizia a pensare, a capire; certo, come tutte le guerre, anche la rivoluzione è stata giostrata da qualcuno che voleva il potere, non credo che un contadino potesse partorire le idee simbolo della rivoluzione, semplicemente perché l’ignoranza è la miglior arma dei regimi totalitari, e, all’epoca della monarchia assoluta, l’ignoranza dilagava. Ma nonostante queste ovvie affermazioni, il 14 luglio resta la giornata memorabile della libertà: nonostante l’ignoranza, la superstizione e la paura, il popolo, la gente comune, esattamente come me e te che stai leggendo, è scesa in piazza per affermare i suoi diritti; per la prima volta nella storia si affermava che tutti hanno dei diritti. Senza la presa della Bastiglia, non ci sarebbe stata la rivoluzione francese, non quella russa e forse oggi noi non saremmo liberi.. E’ difficile parlare della presa della Bastiglia, ecco perché lascio la parola a chi ha davvero vissuto questo grande grande cambiamento.. e buona festa della libertà!

Allons enfants de la Patrie, Le jour de gloire est arrivé! Contre nous de la tyrannie, L'étendard sanglant est levé! L'étendard sanglant est levé! Entendez-vous dans les campagnes Mugir ces féroces soldats? Ils viennent jusque dans nos bras Egorger nos fils et nos compagnes! 
Refrain 
Aux armes, citoyens! Formez vos bataillons! Marchons! Marchons! Qu'un sang impur Abreuve nos sillons! Que veut cette horde d'esclaves, De traîtres, de rois conjurés? 
Pour qui ces ignobles entraves, Ces fers dès longtemps préparés? 
Ces fers dès longtemps préparés? Français, pour nous, ah! Quel outrage! 
Quels transports il doit exciter! C'est nous qu'on ose méditer De rendre à l'antique esclavage! (au Refrain) 
Quoi! Ces cohortes étrangères Feraient la loi dans nos foyers! Quoi! Ces phalanges mercenaires Terrasseraient nos fiers guerriers! Terrasseraient nos fiers guerriers! Grand Dieu! Par des mains enchaînées Nos fronts sous le joug se ploieraient! De vils despotes deviendraient Les maîtres de nos destinées! (au Refrain) 
Tremblez, tyrans et vous perfides, L'opprobre de tous les partis, Tremblez! Vos projets parricides Vont enfin recevoir leurs prix! Vont enfin recevoir leurs prix! Tout est soldat pour vous combattre, S'ils tombent, nos jeunes héros, La terre en produit de nouveaux, Contre vous tout prêts à se battre! (au Refrain) 
Français, en guerriers magnanimes, Portez ou retenez vos coups! Epargnez ces tristes victimes, A regret s'armant contre nous. A regret s'armant contre nous. Mais ces despotes sanguinaires, Mais ces complices de Bouillé, Tous ces tigres qui, sans pitié, Déchirent le sein de leur mère! (au Refrain) 
Amour sacré de la Patrie, Conduis, soutiens nos bras vengeurs! Liberté, Liberté chérie, Combats avec tes défenseurs! 
Combats avec tes défenseurs! Sous nos drapeaux, que la victoire Accoure à tes mâles accents! Que tes ennemis expirants Voient ton triomphe et notre gloire! (au Refrain) 
Nous entrerons dans la carrière Quand nos aînés n'y seront plus; Nous y trouverons leur poussière Et la trace de leurs vertus. Et la trace de leurs vertus. Bien moins jaloux de leur survivre Que de partager leur cercueil, Nous aurons le sublime orgueil De les venger ou de les suivre! (au Refrain)

Caterina Valcarenghi